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L'immagine
di testata rappresenta il lavatoio pubblico di Ligomena negli anni 50 ed
è presa dal calendario del 1988 pubblicato dal Comune di Plesio.
Il
masso avello di Plesio
Spesso, tanto sulla stampa locale, sia essa di tipo propagandistico, sia
di informazione turistica o ambientale, si legge del masso avello di
Plesio (località Pasera de Sut); quale indice del suo ritrovamento
si cita essenzialmente la Rivista Archeologica Comense che nel suo
Bollettino riferisce correttamente l'anno 1908.
Sin qui ci siamo, poi, però, il reperto tombale risparisce risommerso
nella terra del suo ritrovamento lasciando vaghe indicazione su cosa,
nell'eventualità così fosse,avesse celato nel suo interno. Perché fu
ricoperto? Si sa ben poco, forse per proteggerlo oppure perché a quei
tempi era poco sentita la necessità di rivalutare quel momento di
storia, anche in considerazione che il luogo del ritrovamento era
agricolo e come tale a quei tempi di agricoltura si viveva.
Con l'evidente proposito di chiarire come e perché il "masso
avello"rivide la luce dopo la fugace apparizione del 1908 ho voluto
far cadere il mio ricordo su come lo riscoprimmo nel 1975, informandoti,
caro lettore, su un'altra paginetta di storia locale. A tal proposito
eccoTi quanto fu pubblicato nel maggio del 1977 sul Bollettino del
Centro Studi Storici Val Menaggio: "Communitas" volume 1-2.
E' mio piacere ricordare a quanti lo conobbero l'autore: Gino Brivio,
caro mio amico, storico appassionato delle "nostre parti" e
presidente in questo periodo del C.S.S.V.M.
Così
Gino scrisse:
Di questo masso avello che era apparso per caso nel 1908, avevamo
un'accurata descrizione fatta dall'ing. A. Giussani all'epoca del suo
casuale ritrovamento, pubblicato nella "Rivista Archeologica della
Provincia e antica Diocesi di Como" ( fasc. 59 - 1910 ).
L'argomento fu poi ripreso ed approfondito da A. Magni, sempre nella
stessa rivista ( fasc. 82 - 1922).
Diversi altri, scrivendo di cose di casa nostra, accennavano al masso
avello di Plesio, ma ormai il masso era scomparso, tanto da essere quasi
completamente dimenticato.
Da
parecchio tempo accarezzavo l'idea di tentare di ritrovarlo per poterlo
studiare da vicino e dargli un sistemazione conveniente.
L'idea
fu approvata dal Consiglio del C.S.S.V.M. e questa estate iniziammo le
ricerche.
Debbo a questo punto ringraziare il Sig. Bertarelli Mario attuale
proprietario del terreno, che dimostrando un senso di civismo e di amore
per le testimonianze del passato, veramente degni di lode, diede il
permesso di iniziare le ricerche.
I sondaggi andarono per le lunghe,anche perchè più nessuno ricordava
il posto esatto ove era sepolto il masso, e si dovette procedere a
diversi tentativi che si protrassero per tutta la seconda metà di
agosto.
Il piacere di coronare le ricerche toccava ai due fratelli Aldo e Donato
Giossi, a Mengotti Giuseppe, vice sindaco di Plesio.
Subito avvertita, la Sovraintendenza ai Monumenti per la Lombardia, dava
il permesso di continuare lo scavo sotto la direzione dell'arch. Mario
Belloni, che era già sul posto.
Il masso è stato ritrovato ad una profondità variante da mt. 1 a mt.
1,50 circa.
La tomba è scavata sul lato più lungo di un masso erratico di gneiss
di forma vagamente triangolare, staccatosi dai monti della Val Chiavenna
o dalla Valtellina e portato quassù dai ghiacci nell'epoca del
Quaternario.
Di
forma rettangolare arrotondata all'estremità la tomba misura cm. 192 di
lunghezza, cm. 87 di larghezza, cm.43 di profondità, con un rialzo a
forma di capezzale sul fondo, largo cm. 18 e alto cm. 2.
Un bordo esterno destinato a portare il coperchio largo cm. 13 e alto
cm.8, circonda la tomba.
Tutto attorno il masso è lavorato in modo da impedire alle acque
piovane di penetrare all'interno.
E questo perché evidentemente la tomba in origine non doveva essere
interrata, ma posta in vista.
Quello che più ci premeva era ritrovare il coperchio che fin'ora è
l'unico esemplare esistente.
Il coperchio è formato da un lastrone di beola lungo cm. 240, largo
cm.133 e con uno spessore da 10 a 15 cm. circa.
Nella parte inferiore è piano, mentre nella parte superiore è lavorato
a due pioventi che si incontrano al vertice, uniti da un cordone
lungitudinale largo cm. 5.
Il coperchio era appoggiato sul bordo e sporgeva dai lati formando un
vera e propria gronda.
E anche questo particolare ci conferma che la tomba in origine era
destinata a restare in vista.
Ciò è pure confermato, a mio giudizio, dal fatto che nella parte
superiore del coperchio i segni dei colpi di scalpello, presentano i
bordi molto arrotondati ed erosi dalle intemperie segno questo che la
tomba restò allo scoperto molto tempo, prima che una frana,o che la
sistemazione a terrazze del terreno, non la facesse interrare.
Nella
parte inferiore poi una formazione calcarea formatasi in corrispondenza
di una leggerissima venatura della roccia, potrebbe forse dire ad un
geologo per quanto tempo il masso restò interrato.
La forma del coperchio potrebbe forse orientarci nella datazione del
masso avello, se è vero che i coperchi a due pioventi poco pronunciati
sono di tradizione romana.
Ma resta pur sempre quel cordolo centrale che unisce i due pioventi che
ci riporta forse a tradizioni più antiche.
Purtroppo,
come già si sapeva, la tomba era completamente vuota,per cui la
mancanza assoluta di reperti o corredi funebri, non permette di rompere
il velo che circonda il mistero dei massi avelli.
Chiudo queste brevi note sul masso avello di Plesio facendo presente che
le stesse non vogliono essere note tecniche, ma solo osservazioni di
carattere personale.
A
noi del C.S.S.V.M. interessava ritrovare e valorizzare questa antica
testimonianza del nostro passato.
Attendiamo ora dagli studiosi una parola che tenti di diradare il
mistero che avvolge questo tipo di tombe che sono una caratteristica
quasi esclusiva della zona del lago di Como e dell'alta Brianza.
Nell'attesa e nella speranza di ritrovare un masso avello, che qualche
provvidenziale frana possa avere protetto dalla rapacità dei tempi
lontani o recenti, e che col loro contenuto intatto possa svelarci il
segreto di queste meravigliose tombe.

Anno
1975. Lo scavo ha appena riportato alla luce il coperchio,
perfettamente posizionato sopra il reperto tombale.

Anno
1975. Così si presentò ai nostri occhi il sepolcro appena riaperto.
Sulla
destra si intravede un angolo del coperchio.
Anno
1975. Gli spalatori del C.S.S.V.M. ora sono soddisfatti.
Alle
ricerche ed agli scavi ci aiutarono anche gli amici Giusepin
Dell'Era,
i fratelli Tita e Marino De Monti, e quanti altri di cui non ricordo il
nome, si ringraziano. In basso a
Sinistra si scorge l'amico Lindo, il marito della Dineta di Ligomena,
che ci fu di grande aiuto con il "tir fort" a tirare fuori
dallo scavo il prezioso coperchio quindi trasportato con un mezzo
d'opera dal Luigino Danieli a valle e dato in custodia al Comune di
Plesio.
clicca
sulle immagini per ingrandirle
Agi2006.
...e
la storia continua con...
|
...con
chi volete farla continuare?
Dai,
andiamo a Breglia, qui troviamo il Lucini, lo scrittore.
Lo
scrittore?
Si,
lo scrittore, ...ehi ragazzi perchè non lo sapevate? O bella, ci
volevano proprio i "carnevalieri" della Compagnia di Plesio
per farvelo conoscere, lo facciamo a modo nostro con un articolo apparso
sul quotidiano la Provincia di domenica 23 giugno 1985 a firma Alberto
Longatti che ci premuriamo di ringraziare per questo suo bell' allungo
sul profilo artistico di questo indigeno scrittore che inizia così...
Suo
malgrado, il mistagogo di Breglia rispettò il Manzoni
C'è
persino il Lucini
Il Virgilio
che lo guidò fu Carlo Dossi

NEL CORTEO dei seguaci lombardi di Manzoni un posto lo merita
anche il mistagogo (fu lui a chiamarsi così: tra il mago, il
santone e lo studioso di dottrine religiose) di Breglia, Gian
Pietro Lucini. Proprio lui, lo scrittore anticonformista per
eccellenza, insofferente di ogni disciplina ideologica, populista,
sempre disposto a tirar giù i santi dalle nicchie. Ma c'è una
ragione di questo approvare il Manzoni: l'amicizia che ebbe
duratura, profonda, sincera, per Carlo Pisani Dossi. Il dossi
fu un estimatore convinto dell'autore dei promessi sposi, proprio
forse per contrasto con la sue indole estrosa, portata alla sua
bella calligrafia, alle impennate stilistiche, ai formalismi
insomma che derivano da una nascosta nevrosi: mentre ammirava
nelle pagine del Gran Lombardo l'olimpica semplicità, la
pacatezza, il dosaggio, la fluida continuità del dettato,
l'ariosità del romanziere che si distende sulla lunga distanza,
disprezzando la brevità dell' annotazione, l'aforisma isolato,
tipici della prosa dossiniana.
Dunque il Dossi fu il Virgilio che accompagnò idealmente il Lucini nel
percorso della "divina commedia" manzoniana. E non senza qualche
ripensamento, anche se alla fine la dichiarazione di appartenere alla
"linea lombarda" che discende dal Manzoni fu compiuta dal Lucini
senza equivoci. Certo che al consenso per l'operazione di ripulitura
linguistica operata dal Manzoni non corrisponde mai, nel Lucini,
un'altrettanto convinta adesione al suo mondo morale. Lo scrittore
milanese - comasco odiava, come abbiamo ricordato, le fedi
"costituite", legalizzate, irregimentate: ma non osteggiava la
fede in sè, professandosi anzi un "mistico".
Mistico,
s'intende, a modo suo, dato che collegava direttamente ascesi e visione del
mondo con le "certezze" sperimentali della scienza: mistico
razionale, per nulla affidato al sentimento, attento all'interpreparazione
pragmatica della realtà. Ma insomma mistico, almeno come
"purezza" di intendimenti, onestà di condotta, lealtà di
rapporti con gli altri: e perciò sospettoso di chiunque gli sembrasse
poco coerente con la religione professata, ipocrita e sviante.
Un po' di ipocrisia, di forzatura, l'intravedeva anche nel cattolicesimo
del Manzoni; un convertito, come soleva sottolneare. E non mancava di
farlo rilevare a ogni occasione, mettendo nella parte negativa del
bilancio manzoniano anche la natura non certo d'uomo d'azione del
letterato.
Su questa presunta carenza di spirito combattivo nei confronti dei
principi risorgimentali stillò alcune gocce di veleno nel saggio "Ai
mani gloriosi di Giosuè Carducci" - autore invece che esaltava come
bardo coraggioso e pugnace delle civiche passioni italiane - compilato e
pubblicato a Varazze nel 1911. "Manzoni stesso - scriveva, deprecando
la tiepidezza degli intellettuali per la formazione dell'unità nazionale
- che dal 1796 al 1870 aveva visto sotto i suoi occhi conformarsi la
patria, non aveva mai dettato il verso che santificasse o Mazzini o Cavour
o Garibaldi o Vittorio Emanuele: e della prudente riserva i preti gli sono
tuttora grati e lo hanno fatto, ironicamente, istitutore di
nazionalità".
Rispunta l'anticlericalismo luciniano, che gli fa aggiungere considerzioni
affatto negative per il manzonianesio, "dilagato per le scuole e i
seminari" fino "a incancrenire, balbettando senilmente colli
abatini rosminiani".
Nell'opera capitale del Lucini,"il verso libero", del 1908, si
arriva a considerzioni sul Manzoni scrittore, capace di buone descrizioni,
anche se freddine, degli ambienti degli umili e degli oppressi, ma non in
grado di partecipare alle loro sofferenze. Sentiamolo: " I Promessi
Sposi sono il romanzetto oggettivo di un grande osservatore, di un buon
filosofo egoista, di un ricco signore lombardo, il quale, postosi alla
finestra, veniva a raccontare a quelli che stavano dietro di lui e non
vedevano, col miglior garbo possibile ciò che egli notava per
strada".
Romanzetto! Filosofo egoista! La conseguenza è prevedibile:" ma guai
a partecipare gli avvenimenti; guai a prender parte per quello o per
questo: se i suoi personaggi erano tra la plebe, bisognava commiserarli,
non eccitarli..." come sarebbe piaciuto a lui, rivoluzionario
d'istinto anche se soltanto con la mente (anche perchè era
fisicamente impedito a far seguire la prassi alla teoria).
Di modo che, sempre nel "verso libero", si arriva ribadire
la condanna di un "compitissimo artista" che "continuò il
buon nome delle nostre lettere" ma "davanti agli uomini che
osarono un poco di più, si ritrasse e tacque, e poche parole ebbe, che
venute da lui, santificassero l'Italia nuova...".
Siamo ancora alla rimproverata mancanza di nerbo civico. E su questo, come
sull'altro versante del Manzoni sospetto cattolico per convenienza, il
Lucini dovette certo scriver dell'altro, che però è confinato nel mare
magnum dei suoi inediti.
Ma per rimanere alle opere edite, ecco l'intervento del Dossi, che il
Lucini studia approfonditamente dopo il 1909: e con il Dossi un
riavvicinamento al Manzoni caposcuola della rinnovata lingua nazionale.
Assentendo alle osservazioni dossiane di rivalutazione del magistero
manzoniano, arriva anzi ad affermare che il Dossi supera il predecessore
proiettandosi verso il futuro ( "E' l'anello necessario che
ricongiunge la letteratura di Alessandro Manzoni con quella che
verrà", da un articolo su "La Giovane Italia" del Notari,
dicembre 1909). E, nel saggio sul Dossi; pubblicato nel 1911, "L'ora
topica di Carlo Dossi", ribadisce l'originalità rispetto alla
"furberia", alla compiacenza verso il lettore
dell'altro:"Manzoni dice le cose sue come il lettore vuole...Dossi
parla per proprio conto". Ancora, difende a spada tratta il
positivismo dossiniano dandogli un contenuto
idealizzante:"Dall'Utile, combattuto e rifiutato da Manzoni, Carlo
Dossi ha estratto un principio morale e sociale a cui Manzoni non
arrivò".
La posizione, nei confronti del Manzoni, è dunque ambivalente, frenata da
troppi risentimenti sul piano umano e sociale, non esplicita. Il
chiarimento arriva quando Lucini stila, nel 1911, un necrologio
stroncatore del Fogazzaro, da lui detestato perlomeno per la seconda fase
della sua opera, più dichiaratamente programmatica. Le staffilate contro
il Fogazzaro provocarono il risentimento di un letterato, Federico De
Maria, che rigettando le tesi del Lucini gli dava anche del nemico del
Manzoni.
Nella replica, "Pro me", apparso sul "Resto del
Carlino" il 25 marzo 1911, il Lucini ribatteva punto per punto
l'indignata filppica del De Maria: e quanto al suo assentito
antimanzonianesimo esclamava, questa volta senza perifrasi ne reticenze:
"Non vè nessuno, tranne Carlo Dossi, che ammiri più di me la
profonda arte di Alessandro Manzoni, stipite meraviglioso di una scuola
che ha prodotto dei farmacisti e degli abati senza cura d'anime; i quali
mal lessero i Promessi Sposi, che, sotto la vernice della pietà cattolica
nascondono tanto lievito libertario e caustico...".
E' il Lucini maturo, a parlar così. Tre anni ancora soltanto, e la morte
se lo sarebbe portato via. Sul Manzoni, non ebbe modo di tornare a
ragionare con maggior calma, e minor passione. Ma a noi quelle frasi
bastano per porre lo sventurato scrittore di Breglia sulla scia del
Manzoni, certo per scelta coscienziosa di intelligente studioso, non per
lo stile ferraginoso e convulso, tutt'altro che manzoniano, dei suoi
romanzi e delle poesie.
Caro
Longatti n'un tè ringrazium per v'è scriuu stò articul, fioi ma che
parol dificil che te ghee metu dent, questa chi l'è roba per gent che se
ne intent. Però, e mò grazie a Ti che te ne parlaa, anca num em poudu savè
e mò quai
scoss de stò om.
Adess
chisà se ghè emò quai ghedun doltri che veù di la sua sul Lucini, ma
el sarà peu dificil perchè, se vurii, incoe l'arte e la cultura spes i
en tratàa cun poc rispett.
Ogni
tant l'è bel scrif anca in del nos dialet, per nun de la Cumpagnia de
Pies l'è cultura ancha questa, fin che la resist anca lee. E bon, ogni tant
tegnemes sentii per fa n'aa bela ciciarada. Saludi a tucc.
Agi
2006
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I
briganti del Lario
di
Gino Brivio
da
"COMMUNITAS" annali del Centro Studi Storici Val Menaggio
1979
- 1982
In
Memoria Ti ricordo e scrivo quanto Tu scrivesti:
" L'attruppamento dei briganti trae la sua origine dalla
rivoluzione,che seguì in Menaggio nel 1798, in occasione, che nel mese di
Luglio per ordine del governo si voleva trasportare dallo Oratorio di S.
Marta nella chiesa Parrocchiale un Cristo, che era tenuto in somma
venerazione presso quel popolo".
Con queste parole i pretori di Menaggio e Morbegno, iniziano la
requisitoria contro i "Briganti del Lario".
Dai racconti delle persone anziane, le gesta di questi briganti sono
sempre state riportate in termini di ferocia e violenza inaudite. Si
ricordavano, ad esempio, l'uccisione di un frate in quel di Plesio,
estorsioni, ricatti e crudeltà; cose così lontane dal carattere della
nostra gente, da far pensare a favole e fantasie,nate attorno al camino o
nelle veglie delle stalle, durante le lunghe serate invernali.
I nomi di Carcini e Pacini o del "Legria" sono ancor oggi
associati ad episodi di banditismo tali, da lasciare scettici o quanto
meno perplessi, sulla loro autenticità.
E' indubbio infatti che non sarebbe possibile vivere sui nostri monti non
dico per anni, ma neppure per pochi mesi, senza l'aiuto e la connivenza
delle genti dei paesi e delle valli.
Basta infatti riflettere all'importanza che i pascoli montani avevano per
le nostre popolazioni e al grande numero di persone che nella stagione
estiva salivano ai "monti" ed agli alpeggi, per far nascere seri
dubbi sulla possibilità che un pugno di autentici malfattori potesse
operare indisturbato sulle montagne.
Chi ha vissuto l'esperienza del periodo partigiano sa benissimo che non
sarebbe stato, non solo possibile, ma neppure pensabile, poter vivere e
operare, senza l'aiuto attivo delle popolazioni locali.
Sono state queste considerazioni che mi hanno spinto ad approfondire
questa pagina della nostra storia locale; e alla luce dei documenti del
tempo rinvenuti, il quadro si è andato delineando e chiarendo da un'
angolazione completamente diversa.
Non si è trattato di un sia pur sporadico episodio di banditismo, ma la
numerosa documentazione finora ritrovata ci parla di una delle più
interessanti pagine della storia del lago.
Quelli che dai francesi e dai loro sostenitori nostrani, erano stati
definiti "Briganti del Lario" o "della montagna di
Rezzonico", dagli austriaci e dal popolo erano conosciuti come
"Armata Cattolica".
Ci troviamo davanti ad un fenomeno di vandeismo nostrano, che non era
ispirato a mire di brigantaggio, ma che nacque e si sviluppò come
reazione e opposizione alle ruberie e alle angherie su cui i fransesi
avevano fondato il loro malgoverno durante la loro prima calata del 1796.
Basterebbe ricordare a questo proposito il proclama che Napoleone
lanciò alla sua "Armata" alla vigilia de'invasione, il 28 Marzo
1796.
"Voi siete nudi e affamati... Io vi condurrò nelle più fertili
pianure del mondo. Vi troverete gloria onore, ricchezza...". E
quell'orda di lanzichenecchi, che un giornale francese dell'epoca descrive
"laceri,affamati e privi di calzature e divise, ed in arretrato di
diversi mesi sul "soldo", non mirava certo né alla gloria né
all'onore, ma solo alla rapina.
D'altra parte il Direttorio, nelle sue "istruzioni", non dava
luogo a dubbi sul modo di comportarsi.
"Imponete e riscuotete tributi con rigore e rapidità. E' nei primi
momenti della vittoria che il vinto paga senza discutere". E ancora:
"Questa campagna deve unire alla gloria dei trofei militari, la
bellezza delle arti benefiche e consolatrici" (Istruzioni del
Direttorio del 7 Maggio 1796).
E' l'eterno ritornello di Brenno: Vae victis.
Parigi considerava l'Italia come una preda da saccheggiare; e per
rendere sistematico questo saccheggio nominò una "commissione
d'esperti" che si mise coscienziosamente all'opera. Il meglio dei
capolavori delle chiese, dei musei e delle abitazioni private, prese la
via d'oltralpe.
Le ruberie e le angherie presero un ritmo tale da suscitare reazioni. In
diverse città scoppiarono tumulti, e parecchi soldati francesi restarono
sui selciati delle strade.
La repressione francese fu dura e spietata. Fucilazioni, deportazioni e
paesi saccheggiati e bruciati furono i mezzi impiegati per sedare le
ribellioni. In alcuni casi, come Pavia ad esempio, furono concesse alla
truppa ventiquattro ore di saccheggio e violenza, scandendone l'inizio e
la fine col rullo dei tamburi
(Si
vedano gli ordini impartiti da Napoleone al gen. Victor e la lettera di
Napoleone stesso al Direttorio, per ragguagliarlo sulla rivolta di Pavia,
pubblicate in appendice alle presenti note).
Agli occhi del popolo i francesi ed i loro simpatizzanti significavano
soprattutto nuove tasse ed un calendario incomprensibile ed offensivo del
sentimento religioso.
Alle masse rurali, i cosiddetti patrioti non avevano nulla da offrire. A
differenza di altri stati quali Inghilterra e Francia, da noi non esisteva
nessun mezzo di informazione con cui propagandare o divulgare le nuove
idee.
La Stessa lingua italiana era ancora un mezzo d'espressione riservato e
capito da pochissimi, che lo usavano in leziosi sproloqui nei salotti
delle varie Arcadie. Per cui la propaganda sanculotta e giacobina non
poteva avere sui contadini, che formavano la stragranda maggioranza delle
nostre popolazioni, una presa paragonabile alla predica del parroco.
E le annotazioni dell'allora parroco di Castello di Valsolda sulle
Effemeridi (che vengono
pubblicate sullo stesso volume di "Communitas" da Carlo Marcora
- pag.183), ci chiariscono il
sentimento dei parroci delle campagne.
"Le leggi in libertà accrescono la miseria del popolo che muore di
fame".
"Repubblica Subalpina; congrega di ladri e puttane".
"Povera patria, piena di traditori, in mano ai barbari e traditori,
in mano ai barbari et ingordi!"
"La Repubblica è una bestia che non conosce più i diritti della
Valle".
"Venerunt in vestimentis ovium, sunt lupi rapaces in omnibus!!"
Se questo era ciò che pensava il parroco, possiamo facilmente immaginare
il tenore delle prediche ed il loro effetto sui parrocchiani.
La tradizione ci ha tramandato ciò che il popolo pensava della propaganda
francese.
Il motto programma della rivoluzione, veniva così ripetuto:
Liberté,
fraternité, égalité
i
frances in caròzza e num a pé;
alludendo
poi al fascio littorio preso a simbolo della rivoluzione il popolo così
commentava:
El
fass cunt el segurin
l'è
el simbol de là der e malandrin
e
per finire, parafrasando il "Gesù d'amore acceso, pregava:
O
Gesù d'amur acés
ghè
na via i toder
e
ghè rivà i frances.
O
mè car e bon Gesù
a
na podum pròpi pu.
Come ho riportato all'inizio, la rivolta cominciò con disordini che si
verificarono in Menaggio a causa del Crocefisso custodito nella chiesa di
S. Marta.
Purtroppo i pretori non descrivono questo fatto, limitandosi a dire che
trattasi di fatto "notorio a tutti".
Tenendo presente il vecchio racconto popolare, secondo il quale alcuni
giacobini di Bellano tentarono di rubare il Crocefisso di S. Marta a
Menaggio, nonchè il diritto,riservato agli uomini di Plesio di portare
detto Crocefisso nella processione del Venerdì Santo, - diritto sempre
mantenuto fino all' ultima edizione della stessa svoltasi negli anni '50 -
credo di poter ricostruire il fatto nel modo seguente.
Bellano e Lecco, come scrive l'Arrigoni, furono gli unici paesi del lago
dove i giacobini riuscirono ad aver un certo peso ed un certo seguito. Con
tutta probabilità , alcuni giacobini di Bellano per fare una bravata
contro gli abitanti di Menaggio, tentarono di asportare dalla chiesa di
S.Marta il Crocefisso, trafugandolo con una barca. Inseguiti da alcuni
uomini di Plesio, che si trovavano nel porto per lavoro, vennero raggiunti
e sopraffatti.
Il Crocefisso fu riportato a Menaggio, da qui il diritto, che era
considerato un grande onore, di portare lo stesso nelle processioni.
L'ordine del governo di portare il Crocefisso nella Chiesa Parrocchiale,
forse per prevenire altri tentativi di trafugamento, fu interpretato dalla
popolazione, come tentativo di requisizione, suscitando la rivolta.
Dopo una parvenza di processo fu concessa un'amnistia, esclusi i
principali autori. Evidentemente non potevasi processare un intero paese,
o più probabilmente non c'era autorità e forza sufficiente per farlo.
I
principali autori si "rifugiarono sulle alture dei monti" per
sfuggire alle rappresaglie, "ed attendevano forse tempo migliore per
associarsi altri scellerati ad effetto di incominciare le meditate loro
imprese".
Come processo alle intenzioni non c'è male! Ma proprio in
quei mesi viene emanata per la prima volta in Italia la legge per la
coscrizione obbligatoria e "molti per sottrarsi di fare parte della
Truppa Cisalpina si associarono ai ribelli e incominciarono a rendersi
terrribili".
"Nel febbraio del 1799 a Roveredo Grigione (Roveredo in Val Mesolcina),
organizzarono il piano di sedizione, ciò che prova la precedenza delle
loro intenzioni, alimentato dall'oro degli agenti dell'Austria, residenti
in Coira, per distruggere il governo Cisalpino".
L'Austria infatti battuta sul campo da Napoleone, aveva dovuto accettare
la pace di Campoformido, che peraltro le regalava Venezia; ma stava
preparando la rivincita alleandosi con l'Inghilterra e la Russia. Agenti
austriaci, attraverso il passo dello Stelvio e l'Engadina, sembra avessero
stabilito una loro centrale a Coira, si aggiravano per le Valli tenendo
desto il malcontento e profondendo denaro.
Cesare Cantù ci tramanda il nome di uno di questi agenti, tale Andreossi.
La forza pubblica "tenta in tutti i modi per separarli dalla classe
dei cittadini onesti".
Difatti la forza armata cisalpina di stanza a Menaggio si muove per
snidare i rivoltosi della Grona e si scontra con essi sulle alture sopra
Ligomena, in località Le Piazze, ma dopo un "vivo fuoco da ambo le
parti è costretta a ritirarsi perche respinta.
Altre scaramucce avvengono sulla strada del Sasso Rancio e sempre le
truppe cisalpine devono ritirarsi perchè "con i mezzi dell'arte
poliziesca e di guerra i Cisalpini non riescono ad avere la meglio di quei
conoscitori di ogni colle della montagna".
Tra i numerosi episodi che vengono attribuiti, quali crimini , ai ribelli
in questo periodo vi è l'assassinio di un frate.
Era questi un ex frate di nome Canevali, che aveva abbracciato, pare, le
idee della rivoluzione e che era accusato dai ribelli di essere una spia
dei Giacobini. Si trovava in quei giorni in una sua casa di Logo. La
famiglia Canevali infatti era una delle principali famiglie di Logo, tanto
che disponeva di due voti per l'elezione del Cappellano del posto.
Il racconto popolare, che ancora si tramanda dai più vecchi, dice che i
"Briganti" si fermarono presso la colonna della peste vicino
alla Chiesa di Plesio, dove tirarono a sorte per decidere chi dovesse far
fuoco. La sorte toccò a Giacomo Saglio.
Arrivati alla casa dell'ex frate ed entrati si imbatterono in un
fraticello del convento di Dongo che, essendo da quelle parti per la
questua, aveva ottenuto di poter passare la notte in casa Canevali. Era
costui un certo fra Pasquale, al secolo Carlo Airoldi da Carcente, che
fattosi riconoscere da un compaesano, fu lasciato andare. Entrati nella
stanza del Canevali, questi promette denaro e argento in cambio della
vita, ma il Biacchi rivolto al Saglio dà un semplice ordine: "copel".
I pretori ricordano poi alcuni altri episodi, quali una visita ad un certo
Andrea Dell'Era di Naggio, detto il "Soldarino", che però non
viene trovato in casa; e l'incursione fatta lo stesso giorno in quel di
Carlazzo con l'intenzione di fucilare il parroco "ai piedi
dell'albero della libertà". Questo parroco era l'estensore delle
liste per la coscrizione obbligatoria. Non trovandolo in casa, si
accontentarono di portargli via 10-12 "schioppi da munizione".
Ma uno degli episodi più gravi, secondo la requisitoria, fu la conquista
dell'unica barca cannoniera che i francesi erano riusciti ad armare sul
Lario, con la quale tenevano a bada tutti i paesi rivieraschi.
Il 28 aprile 1799 il grosso delle forze ribelli si trovava sul monte detto
"La Motta" a "mangiare Polenta". "I due generali
in capo, Carcini e Biacchi", vedono la cannoniera che si dirige verso
Rezzonico per attraccare al molo e decidono di tentarne la cattura.
Divisi gli uomini in tre colonne, scendono in paese e ad un segnale
convenuto si lanciano sulla barca, mentre l'equipaggio è intento alle
manovre d'attracco. Tre soldati francesi restano morti sul colpo ed altri
feriti.
Antonio Saglio invita un soldato francese a gridare "Viva
l'imperatore", non ricevendone risposta gli spara un colpo di pistola
e lo getta nel lago.
Naturalmente i pretori cercano di difendere i francesi, dicendo che furono
sopraffatti solo perchè colti di sorpresa.
Si salvò solo il capitano, che aveva dato un passaggio ad un mercante, e,
sbarcato con lui appena la barca aveva toccato il molo, si trovava al
momento dell'assalto in un'osteria, dove rimase nascosto, e in un secondo
tempo venne accompagnato in salvo con il mercante, da un contadino.
Padroni della cannoniera scendono a Lecco, dove attraccano e si
impadroniscono del treno francese con quattro cavalli. Il treno era un
grosso carro da trasporto, che serviva per rifornire di armi e vettovaglie
le varie guarnigioni.
Ritornati a Rezzonico, escono di nuovo per intercettare due "gondole
con prigionieri tedeschi scortati dai francesi". E quindi di
"costoro vien cambiata la sorte".
Un'altra barca viene intercettata tra Bellano e Varenna, a bordo vi è un
ufficiale Cisalpino, certo Calvo Calvi, che fatto prigioniero e portato a
Menaggio, da dove sarà fatto proseguire per Como.
Mentre si trovano a Menaggio per un breve riposo, vengono informati che un
forte contingente di francesi era arrivato a Colico e si accingevano a
scendere verso Domaso e Gravedona.
Si trattava di 5000 uomini, al comando del generale Lecombè, di stanza
nel Tirolo, che vistasi preclusa la via del Trentino dall'avanzata
austro-russa, erano discesi in valtellina e intendevano attraverso il
Canton Ticino e Varese ricongiungersi al grosso dell'armata. Tentata la
via del San Jorio, la trovarono ancora bloccata dalla neve.
I rivoltosi decidono di contrastare l'avanzata francese e mentre il
Capelli con la cannoniera si porta a Dongo, il Biacchi e il Carcini con
gli altri si portano a Musso. E facendo suonare le campane a martello di
tutti i paesi, raccolgono un forte numero di uomini e si appostano alla
chiesetta di S. Eufemia e sul sasso di Musso, per impedire ai francesi il
passaggio al ponte della Vallorba.
Fu uno scontro duro, che si protrasse per tre giorni, e "in numero
dei rivoltosi fu stimato superiore ai 3000".
Alcuni tra i più animosi si spinsero sino al ponte, riuscendo a
distruggerlo.
Ma converrà lasciare la parola ai nostri pretori.
"Vi riescono infatti ed i giorni 4, 5 e 6 di maggio 1799 saranno
segnati nel fasto del brigantaggio come quelli che furono destinati a
respingere i francesi".
" La cannoniera situata quel momento all'alto di Dongo agisce di
concerto con i fanatizzati, e costretti i francesi ad arrendersi, vien
loro concesso di ritirarsi, e quindi in breve tempo fu sgombero il Lario
dall'influenza francese".
Dopo il felice esito dello scontro di Dongo, i ribelli attaccano un
magazzino a Riva di Chiavenna, dove venivano immagazzinate le scorte
francesi.
Si recano quindi a Chiavenna, dove spogliano un magazzino di armi e dove
trovano altri due cannoni, che trascinano sino alla cannoniera.
Unitisi a loro alcuni Cacciatori Tirolesi, evidentemente liberati dai
francesi, passano da Domaso, dove assaltano la casa di tal Francesco
Miglio; "il quale viene derubato d'una cassetta d'argento e di una di
rame non che di tre campane di ragione del fondo di religione".
Evidentemente questo Francesco Miglio era uno degli incaricati di
"raccogliere" gli argenti e le suppellettili dalle chiese per
conto dei francesi.
Solo che per i francesi, spogliare le nostre chiese si diceva
"raccogliere il fondo di religione"; se alcuno osava opporsi a
questa raccolta, o peggio ancora cercava di riprendersi il maltolto, senza
dubbio era un ladro o un bandito.
La cannoniera proseguì per Lecco, dove cannoneggiando i francesi,
faciliterà il passaggio del ponte alle truppe austro-russe. Le truppe
francesi in fuga compiono l'ultimo atto di "fulgido eroismo a
Como", che ci chiarisce, se ve ne fosse bisogno, quali erano alcuni
dei loro obiettivi della prima campagna d'Italia.
Ritirandosi da Lecco e dalla Brianza, una colonna di circa 4000 francesi,
stanchi ed affamati, entra a Como, il mattino del 14 maggio 1799. Il loro
comandante chiede alle autorità del Comune una grossa somma di denaro,
minacciando se non l'avesse ottenuta, di far saltare il deposito delle
polveri del castello e di far fuoco sulla città. L'intervento di alcune
facoltose famiglie, permette di raccogliere la somma richiesta.
Ed è con "grande sollievo, per il grave pericolo corso", annota
Della Torre, che i comashi vedono allontanarsi sulla strada di Varese
"le truppe con i loro carriaggi trainati dai bovi e con i cannoni
inchiodati".
Il popolo sfoga la grande paura, abbattendo gli alberi della libertà e
facendo un grande falò sul sagrato del duomo con le suppellettili del
circolo dei Giacobini.
La notte del 7 maggio, annota P. Eufrasio, del convento di Dongo, in un
manoscritto dell'epoca, su tutte le alture dei monti attorno al lago
brillavano falò in segno di esultanza, mentre le campane di tutte le
chiese suonavano a stormo.
Appunti
su alcuni "Briganti"
Ritengo opportuno far seguire i nomi di quei "Briganti", che
furono rinviati a giudizio avanti "la Commissione Militare
Criminale" di Sondrio, nonchè alcuni brevi cenni su alcuni di coloro
che furono indicati come i "Capi" del movimento o che
maggiormente vi si distinsero.
La richiesta di rinvio a giudizio, è basata sulla Legge del 16 Termidoro
anno V°: "Contro gli inimicidel Comune bene". Legge composta
dal seguente unico articolo:
|
|
"Ogni
cospirazione o complotto tendente a turbare la Repubblica colla guerra
civile, armando li cittadini, o gli uni contro gli altri, o contro
l'esercito dell'autorità legittima, sarà punito con la morte".
Il numero degli imputati è di 22, di cui 9 "che si trovano nelle
forze", cioè prigionieri, e 13 in libertà.
Evidentemente anche in questa occasione, non potendosi processare
un'intera popolazione, e forse anche al fine di minimizzare i fatti, si
preferisce procedere solo contro i capi e contro coloro che erano stati
arrestati con l'inganno.
Infatti un tal "Cittadino Cemi, per incarico del "Dicastero
centale di Polizia" escogita uno stratagemma: sparge la voce di
"amnistia generale per chi si presenta volontario alla forza
pubblica" e rilascia salvacondotti, che però all'atto della
presentazione vengono dichiarati privi di valore legale, perchè
"nessuna legge li prevedeva e quindi non potevano essere
rilasciati". Perciò tutti coloro che in buona fede si presentarono,
vennero arrestati.
Per alcuni poi, come per i fratelli Airoldi, si procedette all'arresto del
vecchio genitore, minacciandolo di fucilazione qualora i figli non si
fossero costituiti.
"Briganti
che si trovano nelle Forze" e cioè prigionieri
-
Francesco
Brugni detto il "Todeschino"
di Plesio
-
Carlo
Protti
di Carcente
-
Giacomo
Saglio detto "Bolò"
di Treccione
-
Giovanni
Capelli detto "Tononcello"
di Carcente
-
Santino
Airoldi detto "Maccario"
di Acquaseria
-
Martino
Schenino detto "Picet"
di Carcente
-
Antonio
Airoldi detto "Maccario
di Acquaseria
-
Bernardo
De Gasperi datto "Bergamaschino"
di Chiavenna
"Briganti
che si trovano in libertà"
-
Giuseppe
Biacchi detto "della
Gondola
di Menaggio
-
Giacomo
Carcini (o Carciocchi)
di Ligomena
-
Agostino
Capelli
di Acquaseria
-
Carlo
Josi detto "Maiarolo"
di Carcente
-
Giuseppe
Schenino detto "Taioncello"
di Ligomena
-
Carlo
Giuseppe Cerri detto "Legria"
di Gallio
-
Giuseppe
Cagni detto "Gris"
di Gallio
-
Gio-Domenico
Manzi detto "Bondiolo"
di Cremia
-
Pasquale
Garovo
di Lucena
-
Antonio
Saglio detto "Bolò"
di Treccione
-
Domenico
Tarelli detto "Ghin"
di Acquaseria
-
Giuseppe
Montini detto "Monatello"
di Cremia
-
Siro
Pedrazzini detto "Il
Duca"
di Acquaseria
|
|
Agostino
Capelli: nativo di Carcente, di famiglia benestante. Suo padre era
commerciante di filatura di seta. Abitava in una casa fatta costruire da
lui stesso tra Acquaseria e Rezzonico, che era chiamata il moletto.
E qui aveva stabilito in un primo tempo il suo quartier generale. Dei tre
indicati dall' Accusa quali capi dei "Briganti" era senza dubbio
colui che teneva i collegamenti con gli emissari dell'Austria.
Infatti all'arrivo degli austro-russi, per i servigi prestati, chiese ed
ottenne di essere arruolato nell'esercito imperiale austriaco.Moriva
diversi anni dopo in una città dell'Austria.
Giacomo
Carcini (o Carciocchi): nato a Ligomena. Viene descritto come uomo
fiero che incuteva timore e rispetto agli stessi suoi compagni. Scioltasi
l' "Armata Cattolica", si rifugiò sui monti facendo vita
ritirata.
Venuto a conoscenza di una taglia posta per la cattura di un malfattore
di nome "Pacini", che operava in Valtellina e in Val Chiavenna,
si offrì di catturarlo, dietro assicurazione di essere prosciolto da
persecuzione politica.
Riuscì infatti ad ucciderlo, e si ritirò a Ligomena dove visse libero e
tranquillo fino a tarda età.
Giuseppe
Biacchi: nato a Menaggio. Di lui, che dall'accusa viene indicato come
uno dei due "generali" dei Briganti (l'altro era il Capelli),
sappiamo solo che fu uno dei capi della sommossascoppiata nel paese a
causa del Crocefisso. Escluso dall'amnistia concessa si rifugiò sui monti
costituendo con il Capelli l'Armata Cattolica.
Saglio
Antonio: nativo di Treccione. Viene descritto quale persona molto
intelligente e buon parlatore.
Cessata la resistenza ai francesi, si ritirò aTreccione dove visse a
lungo, dedito alla coltivazione dei suoi campi.
Cerri
Carlo: nativo di Gallio. Sembra che costui si fosse unito in movimento
per fine di lucro.
Sciolta l'isurrezione e temendo di essere perseguitato, cercò rifugio in
territorio svizzero, dove pare abbia commesso alcuni reati.
Inseguito dai gendarmi, giunto sul ponte di un torrente in piena,
piuttosto che farsi catturare, si gettò nelle acque vorticose, gridando
"Il Legria non si prende vivo".
La tradizione che ancora si tramanda, vuole che abbia gridato: "Volpi
di questo pelo non si prendono". Il suo cadavere fu trovato alcuni
giorni dopo.
Nota
per il lettore: bibliografia, appendice, e note relative
all'occupazione napoleonica da queste parti in quel periodo sono in
estensione a questo articolo di testo.
Immagini:
1) La - "ca' di Carcin" - la presunta probabile casa del
bandito "Carcini" nella via centrale di Ligomena.
Foto: Davide.
2) Il Santo Crocifisso, venerato dai menaggini, al centro del culto paesano,
e salvato dagli uomini di Plesio dal
furto di Giacobini bellanesi.
Foto: fotomontaggio di Agi.
Agi
2007
|
...dopo
i briganti del Lario, con
un salto di quasi tre secoli, mamma mia quanto è lunga la storia, Nicola Erba oriundo
di Barna, ci
ricorda un tratto di momento culturale locale appena trascorso...
...ecco
cosa ci dice...
Negli anni settanta in Italia crebbe l'interesse nei confronti della
nostra storia popolare. Molti studiosi intrapresero complicate e
approfondite ricerche sul campo, intervistarono anziani testimoni di
un passato in via d'estinzione.
La
cultura contadina, la storia delle classi subalterne, le vicende dei
nostri emigranti e degli umili fu per la prima volta al centro
dell'interesse di numerosi antropologi e storici locali.
Nel 1975 Glauco Sanga e Roberto Leydi, grazie all'apporto del
Servizio per la Cultura del mondo popolare della Regione
Lombardia, giunsero nelle valli del Lario per svolgere questa
difficile indagine di archeologia culturale.
La ricerca si concretizzò in un interessantissimo volume di quasi
700 pagine:

Como
e il suo territorio
a
cura di:
Roberto
Leydi e Glauco Sanga
Milano
- Silvana Editoriale d'Arte, 1978. - 683p.
collana:
-Mondo popolare in Lombardia- 4-
In
Val Menaggio e zone limitrofe fu indispensabile il supporto
di alcuni preziosi testimoni di quella cultura del passato: a
Menaggio Ezio Munno, a Cavargna don Federico Scanziani, a Tremezzo
Paolo Argenti, Giuseppina Angelinetti a Plesio e don Molteni a
Grandola ed Uniti.
Glauco Sanga si spinse fino a Barna e il 21 aprile 1975 raccolse la
testimonianza orale di Zita Cagni a proposito di antichi canti
popolari che si cantavano nelle contrade della val Menaggio. Di
questi canti siamo in grado di proporre ai lettori gli spartiti
musicali e le parole con la speranza che abili voci li possano
cantare ancora:
"o
tosan de Barna", una ninna nanna; "Girometta",
un remoto canto popolare diffuso nell'area della montagna
comasca e anche nell'area ticinese; "O de ca bun di bun an",
un canto rituale di Capodanno e "O cucù de la luna
bela", un'altra ninna nanna.
Inoltre, a Plesio, fu raccolta una pratica polivocale simile ai
canti di Premana, grazie alla testimonianza di dieci coristi. Il
canto si intitola: "E l'è una figlia di un paisan". Un
ultimo coro di voci maschili fu registrato a Loveno di Menaggio, una
"classica" canzone da vino,"Una tazza l'è un
po'poca".
Ebbene questo breve articolo vorrebbe rinverdire il ricordo di quel
prezioso libro e riportare alla luce quei canti, quei cori, quelle
tradizioni popolari ormai cancellate dalla modernizzazione.
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pag.520-521
pag.522-523
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pag.524-525
pag.526.527
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Erba,
eminente è l' ultimo periodo del Suo scritto, lo giriamo alla
canteria Plesiese, e poi...
...poi,
magari, una bella corale una sera di ferragosto, in piazza a Barna...o
altrove...
...comunque,
provi anche Lei a scuotere qualche spalla, chissà che sia un
inizio...
Grazie
per il Suo intervento e Arrivederci ...
Testo
e immagini a cura di: Nicola Erba / 2010
Presentazione
e grafica: Agi / 2010
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...e
la storia continua...
Agi 2010
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